Secondo i dati raccolti dal recente rapporto di AlmaLaurea, negli ultimi anni si è assistita a una lieve diminuzione della disoccupazione dei neolaureati italiani.

Sulla base di questa analisi quinquennale, infatti, si è passati da una mancanza d’impiego del 7,8% per i laureati triennali a una del 6,7%; per quanto riguarda, invece, i neolaureati magistrali si parla, addirittura, di un calo della disoccupazione del 2%, con un abbassamento dal 8,9% al 6,9%.

Il dato interessante è che questa crescita occupazionale è risultata indipendente dalle facoltà frequentate: infatti, l’aumento sembra interessare tutti i campi universitari, benché alcuni percorsi di laurea continuino a risultare “favoriti” dai recluiters.

Questo cambiamento può essere legato alla nascita di nuovi percorsi universitari che puntano, in misura maggiore, sulla formazione delle figure professionali richieste, proponendo almeno un anno di tirocinio o collaborazioni con le aziende di settore già durante la frequentazione dei corsi.

 

Lauree al top: lingue, ingegneria e matematica (per ora) sul podio

Nonostante la crescita occupazionale sia stata considerata generale dalla relazione, alcune aree di studio sono risultate le più ricercate dalle imprese: queste sono le facoltà linguistiche, ingegneristiche (tra cui spiccano quelle di ingegneria elettronica, dell’informazione e industriale) e quelle matematiche. Spuntano, invece, al quarto gradino del podio i cosiddetti “white jobs”, ossia i lavori legati ai settori socio-sanitari interessati dalle lauree in Sociologia, Scienze della Formazione, Infermieristica e Fisioterapia.

Tuttavia, secondo le previsioni del Centro Studi Unioncamere, altri due settori potrebbero spodestare quelli attuali nei prossimi anni. Questi saranno quelli legati ai servizi tradizionali, i cosiddetti “Blue Jobs”, e quelli definiti “Orange Jobs”, ossia i settori vicini al mondo digitale; seguiranno a ruota le aree d’impiego collegate alla formazione, ai trasporti e al turismo.

Questa suddivisione per colori, che è stata ideata da WeCanJob, permette di avere un quadro più generale di quelli che saranno gli interessi delle aziende per i prossimi anni: da un lato, una maggiore attenzione all’impatto ecologico e ambientale, dall’altro un’implementazione della digitalizzazione e, quindi, della diminuzione di sprechi.

Se, infatti, sul primo gradino del podio potremmo trovare i “Blue Jobs” del settore marino e marittimo, con loro cresceranno anche i “Brown Jobs”, ossia quelli legati all’agricoltura e ai mestieri della terra e i “Green Jobs”, cioè quelli che si concentrano sull’energia sostenibile o, più in generale, sulla green economy. Quest’ultimo apporto, in concomitanza con la crescita della digitalizzazione, potrebbe modificare radicalmente le attuali dinamiche aziendali, quelle delle amministrazioni cittadine e, quindi, quelle dei singoli individui.

 

Contratti e retribuzioni: quale futuro economico per i laureati?

Oltre ai dati relativi al calo della disoccupazione e quindi alla crescita di determinati settori piuttosto che altri, il rapporto di AlmaLaurea ha preso in esame anche le tipologie di lavoro e di retribuzione che uno studente neolaureato può aspettarsi al termine dei suoi studi.

Come nel caso della disoccupazione, indipendentemente dalla laurea, il trend degli ultimi anni ha evidenziato un generale e drastico calo dei contratti a tempo indeterminato, per i quali si parla di una discesa del 6,5% per i neolaureati triennali e del 7% per quelli magistrali; al contrario, invece, sono aumentate le forme contrattuali non standard, ossia quelle subordinate a tempo indeterminato: per queste, si parla di una crescita del 5,2% per i laureati di primo livello e del 6,9% per i laureati di secondo livello.

Tuttavia, benché sia stato registrato un generale soddisfacimento economico con retribuzioni che si aggirano in media tra i 1.100€ e i 1.400€, circa il 26,9% dei ragazzi intervistati ha ammesso di non svolgere un lavoro coerente con il proprio percorso di studi.